Nella sezione Resilient Cities di The Guardian del 30 dicembre 2016 sono state pubblicate delle brevi interviste ad architetti, attivisti e scrittori in merito a come le loro città sarebbero dovute cambiare nel 2017. Saskia Sassen, intervistata per New York, cita tre esigenze significative per questa trattazione: lo sviluppo di un trasporto pubblico “trasversale”, e non solo radiale, per una città multi-centrica; il sostegno ai negozi di quartiere piuttosto che al franchising (“do we really need a multinational to have a cup of coffee in our neighbourhood?”; l’inaugurazione di walking school buses (il pedibus) “come a Seattle” in cui i bambini hanno un percorso protetto per recarsi a scuola sì da ridurre il numero di auto e aumentare la sicurezza. È sorprendente come Sassen evidenzi, in modo forse ingenuo, il pedibus tra gli interventi minimalisti per migliorare la qualità della vita. Sarebbe facile eccepire che la letteratura scientifica esprime dubbi sull’effettiva riduzione del traffico a seguito dell’attivazione del pedibus (Mackett, 2013) e che questa azione sia comunque una modalità organizzativamente complessa in cui i bambini non godono di reale autonomia (Borgogni, 2016). Il pedibus, infatti, e, ancor più, la mobilità sicura indipendente dei bambini, sono al tempo stesso azioni minimaliste e altamente trasformative che interrogano la vivibilità, e pertanto la sostenibilità della città, a partire dai comportamenti, dalle culture degli adulti medi (Ward, 2000) che la popolano e ne determinano le politiche. Riflettendo, infatti, sulla direzione di senso che costituisce lo sfondo del desiderio di Sassen, si prospetta una risignificazione della visione della città e, in particolare, del suo spazio pubblico. Lo spazio pubblico, per sua natura polisemico, a volte compatto, in molti casi frammentato e difficile da percorrere, come ci ricorda Perec (1989), consente, o nega, logiche e fenomenologie aprendo la riflessione sugli aspetti conflittuali e sulla sua, apparente, natura democratica. Costituisce, certo, la “parte” più pedagogicamente, antropologicamente, sociologicamente interessante, la parte senza la quale non potrebbe esistere il “resto” della città.

Il bambino e la città: libertà di movimento e democrazia nello spazio pubblico

Borgogni A.
2018

Abstract

Nella sezione Resilient Cities di The Guardian del 30 dicembre 2016 sono state pubblicate delle brevi interviste ad architetti, attivisti e scrittori in merito a come le loro città sarebbero dovute cambiare nel 2017. Saskia Sassen, intervistata per New York, cita tre esigenze significative per questa trattazione: lo sviluppo di un trasporto pubblico “trasversale”, e non solo radiale, per una città multi-centrica; il sostegno ai negozi di quartiere piuttosto che al franchising (“do we really need a multinational to have a cup of coffee in our neighbourhood?”; l’inaugurazione di walking school buses (il pedibus) “come a Seattle” in cui i bambini hanno un percorso protetto per recarsi a scuola sì da ridurre il numero di auto e aumentare la sicurezza. È sorprendente come Sassen evidenzi, in modo forse ingenuo, il pedibus tra gli interventi minimalisti per migliorare la qualità della vita. Sarebbe facile eccepire che la letteratura scientifica esprime dubbi sull’effettiva riduzione del traffico a seguito dell’attivazione del pedibus (Mackett, 2013) e che questa azione sia comunque una modalità organizzativamente complessa in cui i bambini non godono di reale autonomia (Borgogni, 2016). Il pedibus, infatti, e, ancor più, la mobilità sicura indipendente dei bambini, sono al tempo stesso azioni minimaliste e altamente trasformative che interrogano la vivibilità, e pertanto la sostenibilità della città, a partire dai comportamenti, dalle culture degli adulti medi (Ward, 2000) che la popolano e ne determinano le politiche. Riflettendo, infatti, sulla direzione di senso che costituisce lo sfondo del desiderio di Sassen, si prospetta una risignificazione della visione della città e, in particolare, del suo spazio pubblico. Lo spazio pubblico, per sua natura polisemico, a volte compatto, in molti casi frammentato e difficile da percorrere, come ci ricorda Perec (1989), consente, o nega, logiche e fenomenologie aprendo la riflessione sugli aspetti conflittuali e sulla sua, apparente, natura democratica. Costituisce, certo, la “parte” più pedagogicamente, antropologicamente, sociologicamente interessante, la parte senza la quale non potrebbe esistere il “resto” della città.
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