Negli ultimi anni sembra essersi diffuso in modo sorprendente l’uso di introdurre, soprattutto nei titoli dei giornali, composti portatori di una forte carica ansiogena, che hanno lo scopo di enfatizzare sintagmi connessi a problemi sociali: emergenza terrorismo, emergenza sbarchi, emergenza inquinamento, emergenza incendi, emergenza occupazione, emergenza criminalità, emergenza droga, emergenza Covid; con aggettivo: emergenza democratica, emergenza idrica, emergenza sanitaria). Nella seconda serie abbiamo: allarme attentati, allarme clandestini, allarme inquinamento, allarme previdenza, allarme appalti, allarme contagi, allarme ambientale e allarme nucleare. L’uso intensivo di questi formanti si riflette anche nel settore degli affissati, tra i quali abbiamo: allarmologia, emergenzialista, emergenziale, quest’ultimo attestato nello Zingarelli già dal 1991. Indagando sulle modalità di sviluppo in diacronia di tali formanti, ci si rende conto che un evidente spartiacque è rappresentato dalla crisi sanitaria del 2020. A partire da quest’anno infatti, parole che fino ad allora presentavano un uso piuttosto stabile, conoscono un aumento esponenziale di frequenza: basti pensare che nelle pagine del “Corriere” lo stesso vocabolo emergenza, che nei 6 anni precedenti ha conosciuto una frequenza media di circa 2300 occorrenze per anno, arriva nel 2020 a ben 11.600 occorrenze, senza tuttavia tornare, nei due anni successivi, ai livelli pre-Covid. Sulla base di queste risultanze il contributo propone un’analisi diacronica dei vocaboli appartenenti al campo semantico dell’“emergenza” (tra cui rischio, paura, allarme, pericolo, terrore, allerta), al fine di evidenziare: a) se vi siano stati, al pari di quanto accade nel caso di emergenza, cambiamenti significativi di frequenza avvenuti nell’ultimo decennio; b) se e in che misura questi vocaboli abbiano fornito la base per nuovi derivati e nuovi composti, e quali sono i modelli più produttivi; c) in quali contesti giornalistici tali vocaboli conoscono una maggiore frequenza.
Il lessico “dell’emergenza” nei giornali italiani
Gianluca FRENGUELLI
2024-01-01
Abstract
Negli ultimi anni sembra essersi diffuso in modo sorprendente l’uso di introdurre, soprattutto nei titoli dei giornali, composti portatori di una forte carica ansiogena, che hanno lo scopo di enfatizzare sintagmi connessi a problemi sociali: emergenza terrorismo, emergenza sbarchi, emergenza inquinamento, emergenza incendi, emergenza occupazione, emergenza criminalità, emergenza droga, emergenza Covid; con aggettivo: emergenza democratica, emergenza idrica, emergenza sanitaria). Nella seconda serie abbiamo: allarme attentati, allarme clandestini, allarme inquinamento, allarme previdenza, allarme appalti, allarme contagi, allarme ambientale e allarme nucleare. L’uso intensivo di questi formanti si riflette anche nel settore degli affissati, tra i quali abbiamo: allarmologia, emergenzialista, emergenziale, quest’ultimo attestato nello Zingarelli già dal 1991. Indagando sulle modalità di sviluppo in diacronia di tali formanti, ci si rende conto che un evidente spartiacque è rappresentato dalla crisi sanitaria del 2020. A partire da quest’anno infatti, parole che fino ad allora presentavano un uso piuttosto stabile, conoscono un aumento esponenziale di frequenza: basti pensare che nelle pagine del “Corriere” lo stesso vocabolo emergenza, che nei 6 anni precedenti ha conosciuto una frequenza media di circa 2300 occorrenze per anno, arriva nel 2020 a ben 11.600 occorrenze, senza tuttavia tornare, nei due anni successivi, ai livelli pre-Covid. Sulla base di queste risultanze il contributo propone un’analisi diacronica dei vocaboli appartenenti al campo semantico dell’“emergenza” (tra cui rischio, paura, allarme, pericolo, terrore, allerta), al fine di evidenziare: a) se vi siano stati, al pari di quanto accade nel caso di emergenza, cambiamenti significativi di frequenza avvenuti nell’ultimo decennio; b) se e in che misura questi vocaboli abbiano fornito la base per nuovi derivati e nuovi composti, e quali sono i modelli più produttivi; c) in quali contesti giornalistici tali vocaboli conoscono una maggiore frequenza.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

