Pirandello non è un realista magico, ma certo si può parlare – così come di un Bontempelli “pirandelliano” – di un Pirandello, in alcuni tratti (secondo Bontempelli), “bontempelliano”. Nell'opera dell’amico, l’allievo-maestro riconobbe infatti (Pirandello o del candore) una certa corrispondenza col proprio sentire e con la poetica magico-realista; una speciale tensione conoscitiva e creativa, e l'attitudine “primitiva” a “sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la vita nostra si proietta”; quel senso del “mistero” che per l’umorista come per il realista magico (seppur con esiti e bilanciamenti diversi) mima l’affiorare di quell’altro da sé, necessario e condizionante, che ognuno ha in sé, ammoniva Pirandello, celato anche a sé almeno fin quando (come per caso o in sogno), in attimi rari e imprevisti d’epifania, la vita si mostra irrompendo tra le forme e le rappresentazioni del vivere che ognuno, come si può, si è dato. Questo è il Pirandello che “si affacciò anima candida alla vita e alla intelligenza delle cose”, e per elaborato metodo umorista si pose dinnanzi alla “così detta realtà”, e colse i suoi personaggi nel momento in cui “il fatto” è già avvenuto, depositato e come fissato nella loro memoria, o ansia o forma (lo spiega esasperato il Padre dei Sei personaggi), la necessità remota e compulsiva che li genera, ogni volta, come personaggi reietti e gravidi in scena. La realtà, dunque, fuor dalla quale non si fa magia, resa con “precisione realistica di contorni” ma rifiutando “così la realtà per la realtà come la fantasia per la fantasia”. D’altra parte, se Bontempelli toglie materia alla realtà per trarne forma, inerte e “quasi” vera (“La realtà, quand’è fatta arte, è pura fantasia”), Pirandello toglie invece realtà alla forma per trarne materia viva, vera al di là del corpo e del tempo (ancora il Padre: “noi siamo esseri vivi, piú vivi di quelli che respirano e vestono panni; forse meno reali, ma piú veri!”). La materia di cui sono fatti i personaggi, il tema fondamentale in Pirandello: materia dell’oltre, e questione “genetica” (vedi le novelle Personaggi, 1906, Tragedia di un personaggio, 1911, I pensionati della memoria, 1914, Colloqui coi personaggi, 1915, fino a Visita, 1936; e il “Mistero profano” All'uscita, 1916, i Sei personaggi – con la Prefazione del 1925 – fino ai Giganti). La corda umorista intreccia il filo teso del personaggio fin dalle radici profondamente europee e novecentesche dell’espressionismo e (dantesche prima ancora che verghiane) di un realismo antimimetico, “creaturale” (quasi al limite dell’orrido corporeo), così che possiamo dire che la vena pirandelliana non concepisce ombra che non abbia corpo (e viceversa). I personaggi, le ombre vive dei morti. Sennonché, il corpo morto ha una invadente presenza oggettiva: non può essere negato, solo rimosso; non ha maschere, perché non ha la soggettività di chi “si vede vivere” (e può invece essere visto). Ma a osservare i corpi morti sono i personaggi vivi, vivi tuttavia in quanto personaggi, vale a dire ombre affiorate alla vita come finzioni. È in questo, mi pare – nel coincidere paradossale di nascita e morte, di materia e figura –, l’effetto magico e di mistero che Bontempelli ha colto in Pirandello.

Il corpo del personaggio. Sul realismo creaturale delle "Novelle per un anno".

CEDOLA, Andrea
2016

Abstract

Pirandello non è un realista magico, ma certo si può parlare – così come di un Bontempelli “pirandelliano” – di un Pirandello, in alcuni tratti (secondo Bontempelli), “bontempelliano”. Nell'opera dell’amico, l’allievo-maestro riconobbe infatti (Pirandello o del candore) una certa corrispondenza col proprio sentire e con la poetica magico-realista; una speciale tensione conoscitiva e creativa, e l'attitudine “primitiva” a “sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la vita nostra si proietta”; quel senso del “mistero” che per l’umorista come per il realista magico (seppur con esiti e bilanciamenti diversi) mima l’affiorare di quell’altro da sé, necessario e condizionante, che ognuno ha in sé, ammoniva Pirandello, celato anche a sé almeno fin quando (come per caso o in sogno), in attimi rari e imprevisti d’epifania, la vita si mostra irrompendo tra le forme e le rappresentazioni del vivere che ognuno, come si può, si è dato. Questo è il Pirandello che “si affacciò anima candida alla vita e alla intelligenza delle cose”, e per elaborato metodo umorista si pose dinnanzi alla “così detta realtà”, e colse i suoi personaggi nel momento in cui “il fatto” è già avvenuto, depositato e come fissato nella loro memoria, o ansia o forma (lo spiega esasperato il Padre dei Sei personaggi), la necessità remota e compulsiva che li genera, ogni volta, come personaggi reietti e gravidi in scena. La realtà, dunque, fuor dalla quale non si fa magia, resa con “precisione realistica di contorni” ma rifiutando “così la realtà per la realtà come la fantasia per la fantasia”. D’altra parte, se Bontempelli toglie materia alla realtà per trarne forma, inerte e “quasi” vera (“La realtà, quand’è fatta arte, è pura fantasia”), Pirandello toglie invece realtà alla forma per trarne materia viva, vera al di là del corpo e del tempo (ancora il Padre: “noi siamo esseri vivi, piú vivi di quelli che respirano e vestono panni; forse meno reali, ma piú veri!”). La materia di cui sono fatti i personaggi, il tema fondamentale in Pirandello: materia dell’oltre, e questione “genetica” (vedi le novelle Personaggi, 1906, Tragedia di un personaggio, 1911, I pensionati della memoria, 1914, Colloqui coi personaggi, 1915, fino a Visita, 1936; e il “Mistero profano” All'uscita, 1916, i Sei personaggi – con la Prefazione del 1925 – fino ai Giganti). La corda umorista intreccia il filo teso del personaggio fin dalle radici profondamente europee e novecentesche dell’espressionismo e (dantesche prima ancora che verghiane) di un realismo antimimetico, “creaturale” (quasi al limite dell’orrido corporeo), così che possiamo dire che la vena pirandelliana non concepisce ombra che non abbia corpo (e viceversa). I personaggi, le ombre vive dei morti. Sennonché, il corpo morto ha una invadente presenza oggettiva: non può essere negato, solo rimosso; non ha maschere, perché non ha la soggettività di chi “si vede vivere” (e può invece essere visto). Ma a osservare i corpi morti sono i personaggi vivi, vivi tuttavia in quanto personaggi, vale a dire ombre affiorate alla vita come finzioni. È in questo, mi pare – nel coincidere paradossale di nascita e morte, di materia e figura –, l’effetto magico e di mistero che Bontempelli ha colto in Pirandello.
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