Il libro, che ha ad oggetto l'archeologia dei codici etici delle professioni giudiziarie, legge i Discorsi sul buon avvocato e sul buon magistrato (1693-1715) di H. F. D'Aguesseau, cancelliere del Re Sole riproposti nella traduzione italiana del 1789 in appendice - come un incunabolo dei galatei forensi, nella lunga storia delle deontologie fino alla nostra contemporaneità. Nell'intendere i codici etici come norme prodotte dal basso e dall'interno di una professione, il libro indaga inoltre il loro intrecciarsi e fronteggiare nel secolo dei diritti e della separazione dei poteri, una legislazione statale indirizzata a disciplinare dall'alto e dall'esterno i corpi eloquenti di giudici e avvocati. Nel corso dell'analisi teorica e linguistica della fonte emergono i meccanismi di auto descrizione della famiglia giudiziaria, nonché lo scambio produttivo fra arte oratoria e spettacolo del processo, linguaggio estetico e linguaggio giudiziario. In questi testi di doveri e di istruzioni per il ceto dei giudici e degli avvocati si fissa una sorta di codici deontologici che finisce per trasmettere anche l'immagine tenace e continua di una giustizia che assume consistenza reale anche grazie all'opera necessaria di un ceto oracolare da formare dentro il teatro del processo ma anche nei suoi immediati dintorni, nella vita quotidiana e nella condotta interiore, muovendo dall'azione regolatrice del censeur domestique. Uno spazio cospiscuo dell'indagine è stato dedicato inoltre alle regole ulteriori dell'improvvisazione e dell'impiego del tempo nei discorsi forensi, a partire dalla disciplina delle 'interruzioni' e dell'uso delle citazioni.

Altri codici. Sentimenti al lavoro nei galatei forensi. In appendice anastatica: "I Discorsi sul buon avvocato e sul buon magistrato" di H. F. Dagueasseau

BENEDUCE, Pasquale
2008

Abstract

Il libro, che ha ad oggetto l'archeologia dei codici etici delle professioni giudiziarie, legge i Discorsi sul buon avvocato e sul buon magistrato (1693-1715) di H. F. D'Aguesseau, cancelliere del Re Sole riproposti nella traduzione italiana del 1789 in appendice - come un incunabolo dei galatei forensi, nella lunga storia delle deontologie fino alla nostra contemporaneità. Nell'intendere i codici etici come norme prodotte dal basso e dall'interno di una professione, il libro indaga inoltre il loro intrecciarsi e fronteggiare nel secolo dei diritti e della separazione dei poteri, una legislazione statale indirizzata a disciplinare dall'alto e dall'esterno i corpi eloquenti di giudici e avvocati. Nel corso dell'analisi teorica e linguistica della fonte emergono i meccanismi di auto descrizione della famiglia giudiziaria, nonché lo scambio produttivo fra arte oratoria e spettacolo del processo, linguaggio estetico e linguaggio giudiziario. In questi testi di doveri e di istruzioni per il ceto dei giudici e degli avvocati si fissa una sorta di codici deontologici che finisce per trasmettere anche l'immagine tenace e continua di una giustizia che assume consistenza reale anche grazie all'opera necessaria di un ceto oracolare da formare dentro il teatro del processo ma anche nei suoi immediati dintorni, nella vita quotidiana e nella condotta interiore, muovendo dall'azione regolatrice del censeur domestique. Uno spazio cospiscuo dell'indagine è stato dedicato inoltre alle regole ulteriori dell'improvvisazione e dell'impiego del tempo nei discorsi forensi, a partire dalla disciplina delle 'interruzioni' e dell'uso delle citazioni.
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