Pietro Chiari (1712-1785) e Antonio Piazza (1742-1825), romanzieri dalla produzione abbondantissima e dal notevole successo commerciale, ma disprezzati già dagli intellettuali coevi, sono rimasti nell'oblio per almeno due secoli. Solo verso la fine del Novecento la critica ha ripreso ad occuparsene, individuando nella loro produzione il punto di partenza di un genere destinato ad avere, anche in Italia una notevole importanza: la narrativa di consumo. Partendo dalla considerazione che la produzione paraletteraria - legata a doppio filo alle esigenze del pubblico - influenzasse la lingua dei lettori, ma fosse al tempo stesso condizionata dalle loro attese, il lavoro tenta preliminarmente di ricostruire quanti e quali fossero i fruitori di queste opere, basandosi su coordinate sociolinguistiche e socioletterarie. L'analisi linguistica, svolta nel quadro delle nostre conoscenze sulla prosa settecentesca, mostra con particolare evidenza l'importanza di questa nuova lingua narrativa che - nel tentativo di simulare una lingua "media" che non c'era - si fa trait d'union fra la tradizione letteraria e i successivi sviluppi del romanzo. La serialità, una delle caratteristiche riconosciute della letteratura di consumo, agisce nella narrativa di Chiari e Piazza su tre livelli: l'omogeneità del tessuto figurale, la stereotipia lessicale, i moduli situazionali (frasi, espressioni, descrizioni che ritornano ogni volta che nel romanzo si riproponga una delle situazioni-tipo). L'indagine mette in luce, di là dalle inevitabili differenze fra i due autori, alcuni tratti comuni, che costituiscono il primo nucleo del codice espressivo alla base del romanzo popolare: le'eterogeneità della miscela linguistica (in cui convivono tratti innovativi e arcaizzanti e si mescolano, in diversa misura, aulicismi e neologismi, forestierismi e regionalismi), lo stretto rapporto con la lingua poetica e in particolare con quella del melodramma, l'emulazione dei modelli d'oltralpe, il canone della ripetizione, il recupero del lessico comico tradizionale in chiave di simulazione del parlato.

Alle radici della letteratura di consumo: la lingua dei romanzi di Pietro Chiari e Antonio Piazza

ANTONELLI, Giuseppe
1996

Abstract

Pietro Chiari (1712-1785) e Antonio Piazza (1742-1825), romanzieri dalla produzione abbondantissima e dal notevole successo commerciale, ma disprezzati già dagli intellettuali coevi, sono rimasti nell'oblio per almeno due secoli. Solo verso la fine del Novecento la critica ha ripreso ad occuparsene, individuando nella loro produzione il punto di partenza di un genere destinato ad avere, anche in Italia una notevole importanza: la narrativa di consumo. Partendo dalla considerazione che la produzione paraletteraria - legata a doppio filo alle esigenze del pubblico - influenzasse la lingua dei lettori, ma fosse al tempo stesso condizionata dalle loro attese, il lavoro tenta preliminarmente di ricostruire quanti e quali fossero i fruitori di queste opere, basandosi su coordinate sociolinguistiche e socioletterarie. L'analisi linguistica, svolta nel quadro delle nostre conoscenze sulla prosa settecentesca, mostra con particolare evidenza l'importanza di questa nuova lingua narrativa che - nel tentativo di simulare una lingua "media" che non c'era - si fa trait d'union fra la tradizione letteraria e i successivi sviluppi del romanzo. La serialità, una delle caratteristiche riconosciute della letteratura di consumo, agisce nella narrativa di Chiari e Piazza su tre livelli: l'omogeneità del tessuto figurale, la stereotipia lessicale, i moduli situazionali (frasi, espressioni, descrizioni che ritornano ogni volta che nel romanzo si riproponga una delle situazioni-tipo). L'indagine mette in luce, di là dalle inevitabili differenze fra i due autori, alcuni tratti comuni, che costituiscono il primo nucleo del codice espressivo alla base del romanzo popolare: le'eterogeneità della miscela linguistica (in cui convivono tratti innovativi e arcaizzanti e si mescolano, in diversa misura, aulicismi e neologismi, forestierismi e regionalismi), lo stretto rapporto con la lingua poetica e in particolare con quella del melodramma, l'emulazione dei modelli d'oltralpe, il canone della ripetizione, il recupero del lessico comico tradizionale in chiave di simulazione del parlato.
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