Il romanzo come enigma. L’aveva tramato così, D’Arrigo. Gli enigmi della vicenda narrata, del testo, della scrittura, per lui. Quesito di vita e di morte, Horcynus Orca è il racconto di un impossibile nostos. A ogni passo il reduce ‘Ndrja Cambrìa tesse e ritesse il suo viaggio, senza avvicinarsi mai a quel suo lido sempre lontano. Il ritorno, come le parole, è senza conclusione, "acconchigliato" nella morte. La struttura "orcinusa", il suo sistema formale, si realizza attraverso successioni iterativo-ricorsive. La "figurazione di mente" è la forma, o condizione – il carattere di turbolenza proprio della voce-memoria che figura gli eventi –, in cui verrà pronunciata e "oreocchiata" la parola barca; è la legge di sistema per cui infine il corpo fonico della parola si materializzerà in corpo fisico, che la morte stessa, come l’acqua con i corpi naufraghi nello "scill’e cariddi", inciderà, scavandola, "sdillabbrandola", trasformandola in bara e poi in arca. Barca-bara-arca: le "tre parolette" formano, come per un’inversione paradossale del processo, il nucleo generativo del libro, il suo primario impianto linguistico-narrativo, sebbene sviluppato come un’escrescenza, o focolaio della metastasi testuale: come fosse l’organismo stesso del romanzo, animalone marino e mostruoso, a produrla in sé, quell’escrescenza, dalla sua piaga in cancrena. La parola-orca, il romanzo-orca: la parola fa rigetto nel corpo della lingua e della narrazione, e si rigenera in seme o matrice cancrenosa, e così realizza essa stessa, per corruzione, per spire e successioni caotiche, la coerenza del sistema, della lingua-piaga del romanzo, entro cui trova poi spazio e senso coerenti. L’impressione di sgomento provata da ‘Ndrja al suo ritorno deriva dal fatto che il sistema, quello stesso cui lui dà continuamente forma, blocca qualsiasi algoritmo di decisione, per lui, ogni via d’uscita. Il nostos è una "nonsenseria". È fuori tempo. Fuori dall’orizzonte delle variabili.

La parola sdillabbrata. Modulazioni su "Horcynus Orca"

CEDOLA, Andrea
2012

Abstract

Il romanzo come enigma. L’aveva tramato così, D’Arrigo. Gli enigmi della vicenda narrata, del testo, della scrittura, per lui. Quesito di vita e di morte, Horcynus Orca è il racconto di un impossibile nostos. A ogni passo il reduce ‘Ndrja Cambrìa tesse e ritesse il suo viaggio, senza avvicinarsi mai a quel suo lido sempre lontano. Il ritorno, come le parole, è senza conclusione, "acconchigliato" nella morte. La struttura "orcinusa", il suo sistema formale, si realizza attraverso successioni iterativo-ricorsive. La "figurazione di mente" è la forma, o condizione – il carattere di turbolenza proprio della voce-memoria che figura gli eventi –, in cui verrà pronunciata e "oreocchiata" la parola barca; è la legge di sistema per cui infine il corpo fonico della parola si materializzerà in corpo fisico, che la morte stessa, come l’acqua con i corpi naufraghi nello "scill’e cariddi", inciderà, scavandola, "sdillabbrandola", trasformandola in bara e poi in arca. Barca-bara-arca: le "tre parolette" formano, come per un’inversione paradossale del processo, il nucleo generativo del libro, il suo primario impianto linguistico-narrativo, sebbene sviluppato come un’escrescenza, o focolaio della metastasi testuale: come fosse l’organismo stesso del romanzo, animalone marino e mostruoso, a produrla in sé, quell’escrescenza, dalla sua piaga in cancrena. La parola-orca, il romanzo-orca: la parola fa rigetto nel corpo della lingua e della narrazione, e si rigenera in seme o matrice cancrenosa, e così realizza essa stessa, per corruzione, per spire e successioni caotiche, la coerenza del sistema, della lingua-piaga del romanzo, entro cui trova poi spazio e senso coerenti. L’impressione di sgomento provata da ‘Ndrja al suo ritorno deriva dal fatto che il sistema, quello stesso cui lui dà continuamente forma, blocca qualsiasi algoritmo di decisione, per lui, ogni via d’uscita. Il nostos è una "nonsenseria". È fuori tempo. Fuori dall’orizzonte delle variabili.
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