Palazzeschi ricorre spesso alle forme delle scritture dell’io, sia in opere programmaticamente di tipo memoriale («Stampe dell’Ottocento», «Due imperi… mancati» e «Tre imperi… mancati»), che nei primi romanzi («:riflessi», «Il Codice di Perelà», «La piramide», il postumo «Interrogatorio della Contessa Maria», il frammento inedito «Vita») e in molte delle poesie giovanili, comprese alcune delle più celebri per la carica eversiva del riso palazzeschiano («Chi sono?», «E lasciatemi divertire!», «Visita alla Contessa Eva Pizzardini Ba», «I fiori», «La passeggiata»). L’uso diffuso che lo scrittore fa della finzione autobiografica permette di accostarsi da un’angolazione specifica al nodo cruciale del comico in Palazzeschi: via via, il punto di vista adottato attraverso le forme della scrittura di sé (la lettera, il memoriale) si fa sguardo alieno, estraniato e deflagrante, occhio vuoto e spalancato sul mondo che, nella sua disponibilità a percepire l’esterno, ne restituisce e ne incendia, come in uno specchio ustorio, le assurdità mascherate, le aporie celate, gli infingimenti travestiti da abitudini, le ipocrisie camuffate da normalità. Proprio nello scarto tra lo sguardo dell’io scrivente sul mondo e il mondo si genera, secondo modalità ogni volta diverse, questo peculiare effetto comico incendiario. L’inchiesta sulle finzioni autobiografiche che lo scrittore adotta specie nei primi scritti avanguardistici degli anni Dieci e Venti del Novecento si sovrappone all’indagine su come – in che misura e con quali modalità – questa scelta retorica rientri nella strategie letterarie dell’autore e collabori alla creazione del comico palazzeschiano.

L’io come specchio ustorio. Sull’uso comico della finzione autobiografica in Palazzeschi

Laura DIAFANI
2019-01-01

Abstract

Palazzeschi ricorre spesso alle forme delle scritture dell’io, sia in opere programmaticamente di tipo memoriale («Stampe dell’Ottocento», «Due imperi… mancati» e «Tre imperi… mancati»), che nei primi romanzi («:riflessi», «Il Codice di Perelà», «La piramide», il postumo «Interrogatorio della Contessa Maria», il frammento inedito «Vita») e in molte delle poesie giovanili, comprese alcune delle più celebri per la carica eversiva del riso palazzeschiano («Chi sono?», «E lasciatemi divertire!», «Visita alla Contessa Eva Pizzardini Ba», «I fiori», «La passeggiata»). L’uso diffuso che lo scrittore fa della finzione autobiografica permette di accostarsi da un’angolazione specifica al nodo cruciale del comico in Palazzeschi: via via, il punto di vista adottato attraverso le forme della scrittura di sé (la lettera, il memoriale) si fa sguardo alieno, estraniato e deflagrante, occhio vuoto e spalancato sul mondo che, nella sua disponibilità a percepire l’esterno, ne restituisce e ne incendia, come in uno specchio ustorio, le assurdità mascherate, le aporie celate, gli infingimenti travestiti da abitudini, le ipocrisie camuffate da normalità. Proprio nello scarto tra lo sguardo dell’io scrivente sul mondo e il mondo si genera, secondo modalità ogni volta diverse, questo peculiare effetto comico incendiario. L’inchiesta sulle finzioni autobiografiche che lo scrittore adotta specie nei primi scritti avanguardistici degli anni Dieci e Venti del Novecento si sovrappone all’indagine su come – in che misura e con quali modalità – questa scelta retorica rientri nella strategie letterarie dell’autore e collabori alla creazione del comico palazzeschiano.
2019
978-88-6032-512-9
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