la relazione tra temporalità, coscienza e parola esprime semplicemente la dimensione dell’essenza costitutiva dell’uomo e del suo mondo. Ed è questa dimensione che si pone davvero al centro della riflessione filosofica. Nella filosofia italiana degli ultimi decenni, le questioni della temporalità sono state pensate nelle partizioni più diverse, mai in modo arbitrario, seppure con modalità di elaborazione particolari. Tra queste, senza dubbio, vi sono alcune proposte speculative che hanno offerto contributi importanti sul piano analitico nel contesto di filosofie specifiche. Ma la possibilità di acquisire ‘sostanza’ e di navigare il flusso del tempo senza perdersi nonostante limiti e fragilità, risiede nella comune sfera patica, dove non vi è ‘un semplicemente sentire’ ma una regione del ‘cum-sentire’ in tutta la sua profondità. Se questo percorso assume gli elementi della possibilità, oltre che essere necessari, l’idea della coscienza che domina il flusso si dispiega non solo attraverso il necessario scenario simbolico e culturale ma si protende verso il possibile approdo giuridico e allo stesso tempo istituzionale. Ecco il diritto. I filosofi del diritto riconoscono l’urgenza di guardare alla temporalità non solo nel diritto, ma in particolare modo di esplorare l’approccio dell’uomo nel suo costituirsi di fronte al flusso temporale a partire dalla mediazione del diritto sia sul piano culturale che su quello istituzionale, in direzione di un riconoscimento che diventa storia nel senso di un creare istituzionale che preservi dalla mera evoluzione scientista, biologicamente intesa. In questa direzione la riflessione filosofica di Bruno Romano risulta esemplare nella ricostruzione della relazione discussa, chiarificatrice delle condizioni di anomia presenti nella società contemporanea, dove la riduzione della parola a mero modulo informativo coincide con la restrizione dei tempi dell’uomo sempre più disperso in uno spazio reticolare e afasico.

Diritto e tempo nella riflessione filosofico-giuridica di Bruno Romano

DI SANTO, Luigi
2010-01-01

Abstract

la relazione tra temporalità, coscienza e parola esprime semplicemente la dimensione dell’essenza costitutiva dell’uomo e del suo mondo. Ed è questa dimensione che si pone davvero al centro della riflessione filosofica. Nella filosofia italiana degli ultimi decenni, le questioni della temporalità sono state pensate nelle partizioni più diverse, mai in modo arbitrario, seppure con modalità di elaborazione particolari. Tra queste, senza dubbio, vi sono alcune proposte speculative che hanno offerto contributi importanti sul piano analitico nel contesto di filosofie specifiche. Ma la possibilità di acquisire ‘sostanza’ e di navigare il flusso del tempo senza perdersi nonostante limiti e fragilità, risiede nella comune sfera patica, dove non vi è ‘un semplicemente sentire’ ma una regione del ‘cum-sentire’ in tutta la sua profondità. Se questo percorso assume gli elementi della possibilità, oltre che essere necessari, l’idea della coscienza che domina il flusso si dispiega non solo attraverso il necessario scenario simbolico e culturale ma si protende verso il possibile approdo giuridico e allo stesso tempo istituzionale. Ecco il diritto. I filosofi del diritto riconoscono l’urgenza di guardare alla temporalità non solo nel diritto, ma in particolare modo di esplorare l’approccio dell’uomo nel suo costituirsi di fronte al flusso temporale a partire dalla mediazione del diritto sia sul piano culturale che su quello istituzionale, in direzione di un riconoscimento che diventa storia nel senso di un creare istituzionale che preservi dalla mera evoluzione scientista, biologicamente intesa. In questa direzione la riflessione filosofica di Bruno Romano risulta esemplare nella ricostruzione della relazione discussa, chiarificatrice delle condizioni di anomia presenti nella società contemporanea, dove la riduzione della parola a mero modulo informativo coincide con la restrizione dei tempi dell’uomo sempre più disperso in uno spazio reticolare e afasico.
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